Nella prima serata di “Squola per genitori”, Nadinka Balmelli ha saputo parlare al cuore di mamme e papà di bimbi speciali
“Accettateli per come sono, fate caso non solo a che cosa non va ma anche a che cosa funziona”, è stata una delle frasi più sentite di Nadinka Balmelli, che in una serata evento dedicata alla relazione tra genitori e scuola ha parlato di quel che più vive: le emozioni.
Tra le righe, nella discussione con alcune esperte e con il direttore delle scuole medie di Mendrisio, è emersa la sofferenza dei bambini ADHD, che è stata la sua, quella di una ragazzina che per vent’anni non ha avuto una diagnosi e si è sentita sbagliata. Col cuore in mano, in modo autentico, ha raccontato di come questi bimbi fatichino a tenere ritmi che non sono i loro e che per questo vengono fatti sentire perennemente fuori posto, quasi in dovere di doversi uniformare e performare per poter avere a piene mani l’amore dei loro genitori.
Nadinka oggi è una consulente relazionale fieramente ADHD che accompagna le famiglie nel percorso a fianco di figli neurodivergenti, con la convinzione che “solo un neurodivergente può accompagnare e comprendere davvero cosa c’è dentro un neurodivergente” e che “i bambini vanno bene così come sono, siamo noi genitori a doverci mettere in discussione”.
Nel suo “Squola per genitori” vuole portare una nuova visione di genitorialità, che va a valorizzare le unicità del bambino, rivolta a chi ha un figlio speciale ma che dovrebbe parlare a chiunque stia crescendo un piccolo essere umano. L’educazione empatica, la scelta di puntare sulla relazione, la profonda accettazione di ciascuno per i suoi tratti peculiari dovrebbe essere infatti il punto fermo di qualsiasi rapporto genitoriale che si basi sull’amore vero, sul non giudizio.
Quello che funzionava una volta adesso non va più bene, è stato ribadito più volte durante la serata all’Hotel Coronado, un appuntamento che ha informato ma che soprattutto ha stupito e commosso per la intensità emotiva, tipica delle persone neurodivergenti e del modo di essere e di lavorare di Nadinka. Il mondo è diverso da quello di alcuni decenni fa e aumentano anche i bambini neurodivergenti, trascinati da un universo con una velocità in continuo aumento, come ha spiegato nella sua introduzione il medico Roberto Ostinelli, che è partito dalla sensorialità magnetica per spiegare l’emotività diversa e spiccata dei cervelli non neurotipici.
“Se loro sono in costante crescita, ci portano una grande opportunità, quella di imparare a essere coerenti tra cuore e mente, uno stimolo evolutivo che non possiamo ignorare”, ha concluso, portando a leggere il dato non come un problema bensì come una risorsa.
E Nadinka ha portato strategie per far sì che la scuola sia terreno di crescita, di reale acquisizione di competenze e non solo di nozioni. Ha spiegato come funziona il cervello di un bambino neurodivergente, partendo dal racconto del suo, di come sia un turbinio continuo di sensazioni ed emozioni che i bimbi non sanno tradurre in parole, di stimoli troppo rapidi che se colti tutti insieme portano al sovraccarico. Ha illustrato che cosa accade quando qualcosa colpisce a fondo la sensibilità ADHD, quando il cervello va in direzioni che non si riescono a controllare.
Che cosa può fare la scuola in questo contesto, e quale è il compito delle famiglie? Un termine centrale, che è tornato più volte, è relazione. È quella a consentirle di conquistare la fiducia dei ragazzini che segue, “e una volta che ce l’hai, resta”, è quella a essere richiesta anche alla scuola. Ognuna delle tre serate in programma propone un ospite e nella prima c’era il direttore delle scuole medie di Mendrisio Francesco Doninelli, che a sua volta ha insistito su come non basti portare i fondamenti della propria materia, bensì come sia necessario empatizzare ed entrare in relazione coi ragazzi.
Se il rapporto tra famiglie e scuola è spesso un complesso insieme di giustificazioni, colpe, giudizio, senso di inadeguatezza che può nascere, “è qui che bisogna cambiare: serve collaborare davvero, formare un’alleanza”, ha spiegato Nadinka, facendo sua la metafora di un fiume che necessita di due argini che vadano nella stessa direzione, “in grado di formare una rete che faccia sentire il ragazzo contenuto”. Invece, spesso ci sono lo scontro e il giudizio, i docenti si trovano poco preparati di fronte alle neurodivergenze e i genitori si sentono in difetto e cercano di coprire e giustificare i figli, bloccando una comunicazione che aiuti davvero il ragazzo.
Il passaggio dalle elementari alle medie, ha argomentato Doninelli, è destabilizzante per chiunque, ma per un bambino neurodivergente passare dalla figura di riferimento del maestro a una realtà con una decina di docenti lo è ancor di più. La consulente relazionale ha messo l’accento sul bisogno di una narrazione della neurodivergenza diversa, che non sovraccarichi famiglie già in difficoltà con le consuete etichette di iperattività, distrazione e confusione, ma che sottolinei i lati positivi e si metta a disposizione per parlare apertamente dei problemi, che non lasci soli ragazzi e genitori.
Ma come si fa ad accompagnare questi cervelli speciali? “Mettendosi in gioco, diventando l’adulto che si avrebbe voluto a fianco quando si era bambini”. Nel concreto, giocando sul piacere, perché un cervello neurodivergente non reagisce al “devo”, non perché non vuole ma perché per lui non funziona. Lo si fa sistematizzando gli obiettivi, puntando su uno alla volta, aiutando ciascun bambino a trovare il proprio metodo peculiare e a esprimersi, attraverso la creatività, l’arte, il movimento.
Il ruolo del genitore è basilare, “perché i bambini non possono essere in grado di gestirsi, li dobbiamo aiutare noi”. La chiave è tornare a una genitorialità ferma, che non vuol dire rigida o autoritaria ma autorevole. Soprattutto, osservare il comportamento emotivo dei bambini.
Nadinka ha anche sfatato un mito sui farmaci, che “servono a permettere di andare meglio a scuola, a performare, il che aiuta l’identità, ma cambiano la nostra mente, fermano quei pensieri continui, il nostro modo di essere e le emozioni”. E i compiti? “Se non funziona, ammettetelo e chiedete aiuto, mandate i bambini a farli con qualcun altro. Spiegate loro che siete voi a non riuscire a fare i compiti con lui, ma anche che il supporto ha un costo e che per averlo si dovrà togliere altro”.
La sua filosofia è responsabilizzante verso i bambini, che per primi non devono negare il loro modo di esserlo ma “usarlo senza subirlo”, verso i genitori e verso la scuola. “I mezzi, e non parlo di quelli finanziari, li ha, ha gli strumenti. Deve supportare i genitori quando sono in difficoltà”. È mostrarlo il bello di una mente neurodivergente ma anche le difficoltà e la sofferenza.
I ragazzi cambiano ma lo fa anche il mondo e occorre ripensare ai paradigmi della genitorialità tramite l’informazione. Per questo nella seconda serata porterà un esperto di nuove tecnologie, Alessandro Trivilini, per comprendere che effetti fanno social, videogiochi e dispositivi sui cervelli, in particolare su quelli neurodivergenti, e permettere di scegliere consapevolmente se concederli o se imparare a gestire la frustrazione di un no.
“Squola per genitori” è l’inizio di un percorso di parent coaching e scuola genitoriale che verrà realizzato nei prossimi mesi. Tutte le serate si tengono all’Hotel Coronado: la seconda sarà il 3 febbraio, la terza, dove si tornerà su farmaci e diagnosi, il 12 con il pedopsichiatra Zambotti.
Per informazioni e iscrizioni: [email protected]
