Nella terza serata di “Squola per genitori” si è affrontato il tema delle cure farmacologiche, sfatando alcuni miti
“No, non avranno una vita normale, come la intendete voi, non ce l’abbiamo. Ma possono averne una buona per loro, come ce l’ho io”. Come sempre, Nadinka Balmelli non le manda a dire: parla dell’ADHD per come lo vive ogni giorno sulla sua pelle. Ripete quanto sia un’opportunità e non nasconde le difficoltà, esortando, ancora una volta, i genitori a innovarsi, a fare la differenza, soprattutto a far sentire amati i bambini per quello che sono.
Nella terza serata del suo ciclo di incontri “Squola per genitori” ha ospitato lo psichiatra Marco Zambotti, che ha portato il punto di vista medico sulla tematica della diagnosi e della farmacologia, oltre che quello di padre di un ragazzino neurodivergente. “Cosa provo quando mi chiamano a scuola? Senso di colpa nel chiedermi se faccio abbastanza, vergogna, imbarazzo, rabbia. Essere medico non mi impedisce di vivere i colloqui con un ampio spettro di sensazioni”, spiega su precisa domanda. Ancora una volta, il vissuto si mischia col clinico, la vita con la teoria, in momenti di profonda verità ed emozione, perché la neurodivergenza non è solo sulla carta, si respira ogni giorno, quando si è genitori di bambini speciali.
Zambotti ha spiegato la triade che sta alla base della diagnosi, ovvero iperattività, impulsività e problematiche di attenzione, riscontrate in almeno due ambiti della vita e tali da portare a disturbo nella quotidianità, ma ha poi precisato di quanto il quadro sia in realtà più sfumato. C’è chi è disattento solo in un ambito, chi saprebbe svolgere un compito ma si blocca perché l’attenzione se ne va, chi sa che ha davanti un problema potenzialmente semplice ma prova frustrazione se non riesce a risolverlo. “Il tutto complicato dall’impulsività, che non permette di fermarsi quel secondo in più a capire come reagire”, ha aggiunto. Per non parlare di loro, le vere protagoniste di queste tre serate, quelle che muovono realmente i cervelli neurodivergenti. E senza dimenticare l’iperfocus, che fa restare per ore concentrati su qualcosa che interessa e al contempo perdere il filo o non iniziare neppure a entrare in materia se il tema non cattura, della sensazione diversa del tempo (dove o è ora o non è mai oppure sembra che ci sia tempo e poi in realtà è finito) e della differenza tra attenzione focalizzata e sul lungo periodo.
Quindi, cosa è una diagnosi per neurodivergenza? Tutto e niente, un’etichetta di un momento presente, un’indicazione di quello che si vede in quell’istante nel bambino (o nell’adulto) e la vera differenza la fa il modo di viverla. “Si tratta di test statistici, che determinano una media che è ritenuta normale”, ha precisato lo psichiatra.
Un grande tema della serata è stato quello dei farmaci e quel che è emerso forte è che servono, anche se non in ogni caso, ma solo se parte di un progetto condiviso. “E anche il bambino deve esserne consapevole”, ha sottolineato Nadinka, invitando a parlarne con i piccoli, a qualsiasi età, con parole adatte. “Se non comprendono, non lo prendono. A volte, lo contrastano perché assumendolo si sentono diversi”. E poi, senza giri di parole: “Il farmaco si dà quando la famiglia non ce la fa più a reggere il carico delle problematiche derivanti dalla neurodivergenza”. Zambotti ha leggermente sfumato: “Si prescrive quando dei tratti, in quel momento della vita, rappresentano un problema nello svolgimento della vita quotidiana, quando non si funziona dal punto di vista emotivo, lavorativo, scolastico, relazionale, quando fa stare male”.
Ha effetti positivi quasi sempre, ha specificato, se la diagnosi è corretta. Ma non è l’unica via, è una stampella, e non è detto che sarà per sempre. “Si testa, si prova: magari si può togliere, magari no, si tenta e ci si rende conto. E se non va, si cambia o si elimina”. Assumere una pastiglia oggi, perché il bambino vive un periodo in cui i suoi tratti si sono accentuati, non è una scelta a vita. “La neurodivergenza ha origini genetiche e resta per sempre però si evolve e cambia nel tempo, come mutano anche le situazioni relazionali e contingenti in cui bambini e adulto sono immersi, che hanno una diretta influenza sui loro tratti”. Quel che potrebbe non essere mai stato un problema lo può diventare e poi può smettere di esserlo.
La vera ricetta è lavorare dentro l’ADHD, capirla, comprenderla, accettarla. “Il mio funzionamento, oggi, mi fa stare bene. Quando ho provato a prendere un farmaco, non avevo più i miei pensieri che ritengo superpoteri, non ero io”, ha raccontato Nadinka, che ha sempre agito, con sé stessa e coi suoi figli, “per adattare la nostra vita al nostro modo di funzionare”.
“Non sempre però si può adattare il proprio mondo al funzionamento”, ha reso attenti Zambotti, “e allora bisogna trovare di viverci dentro: l’ADHD è un modo diverso di lavorare del cervello ma non è una giustificazione a taluni comportamenti, che, se sono sbagliati, restano errati”. “Il mondo non ti permette di non pagare le bollette perché sei neurodivergente”, ha aggiunto la consulente relazionale. E allora, come si fa? Si allenano le potenziali difficoltà nel quotidiano, si ascoltano le emozioni, si innova la genitorialità, soprattutto “si deve portare coerenza tra quello che si pensa e quello che si vive”: un lavoro per mamme e papà.
Un consiglio, ripetuto per tutte e tre le serate, è di non isolarsi di fronte alle difficoltà, di trovare il coraggio di affrontarle, di stare nella società, perché aiuta il bambino e fa sentire meno soli. In merito, Nadinka organizzerà delle serate a cadenza settimanalenon con esperti, per vivere assieme l’ADHD e trovare aiuto e conforto dove serve. “Non è facile, ma si può fare”.
